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mercoledì 6 febbraio 2008

Il film mai visto di Monicelli diventa fumetto

I capelli lunghi, nell’Italia bacchettona di fine Anni 60, più che una sfida erano sentiti come una minaccia. Ecco perché Mario Monicelli si mise a scrivere «una storia d’amore che corre verso la catastrofe», di un giovane operaio capellone e della sua «morosa» di 13 anni in fuga dalla fabbrica e dalle convenzioni di quel periodo. Il titolo di quel soggetto era appunto «Capelli lunghi». Monicelli, che aveva appena girato «La ragazza con la pistola» con Monica Vitti, ne parlò col produttore Franco Cristaldi, ma questi rispose picche: «Cristaldi, che era uno dei produttori più intelligenti e acculturati, quando gli portai il progetto lo lesse e mi disse che non era disposto a fare una battaglia contro gli imprenditori che stavano industrializzando il paese - ricorda il regista - Era imparentato con i Marzotto, credo che sia per questo che non ha voluto fare il film. Eppure, qualche anno prima, aveva prodotto “I compagni”, che però era ambientato alla fine dell’800. Lasciai cadere questa storia un po’ di malavoglia, perché mi piaceva». Il soggetto «Capelli lunghi» è rimasto in un cassetto per quarant’anni poi è capitato fra le mani del disegnatore modenese Massimo Bonfatti, che ne ha tratto una storia a fumetti. Per la parte di Michele, il «libero lavoratore», Monicelli pensava a un volto poco noto, magari un esordiente, mentre per quella di Esterina, la ragazza minorenne scappata di casa, gli sarebbe piaciuta Carla Gravina. L’idea di fare un film su una sorta di hippy ante litteram invece gliela fornì l’Italia in turbinoso mutamento di quell’epoca.

Scrive Monicelli nel soggetto: «A proposito di capelloni, vi racconto quello che m’è successo l’altro giorno. Incontro un mio amico sulla mia età, 50, e si viene a parlare di un altro comune amico. “Come se la passa?” domando. “Bene, bene. Cià una bella casa, un lavoro bono. Insomma sta proprio bene. Solo, cià un figlio capellone”». L’autore de «I soliti ignoti» oggi spiega: «Allora l’Italia si stava alfabetizzando e industrializzando, e c’erano i primi contrasti coi datori di lavoro. Fra i ragazzi c’era questo andazzo di farsi crescere i capelli, e gli imprenditori avevano preso piglio duro contro quei comportamenti. Mi interessava il fatto della lotta contro i capelli lunghi, e mi inventai questa storia».

Un gesto poetico che diventa sovversivo, quello di Michele, che finisce per scontrarsi con i parà che volevano dare una lezione ad altri capelloni come lui, particolare ispirato a un vero fatto di cronaca di quegli anni. Monicelli però non appartiene alla schiera di quanti incensano il ’68, anzi, gli sta proprio antipatico: «La contestazione era fasulla, era borghese e studentesca, anche se allora lo sentivo un po’ confusamente. Capivo che era una scossa, ma non quella giusta. La liberazione sessuale è stato l’unico guadagno del ’68, l’unica grande conquista di quel periodo, con le ragazze che uscivano a portare il caffelatte ai compagni che occupavano. Per il resto è stato tutto in perdita: la scuola italiana prima era durissima, e uno ne usciva molto acculturato. Dal 68 è finito tutto, il rapporto fra cultura, istruzione e ragazzi è stato sovvertito».

Un’occasione mancata perché allora, secondo il regista, stava cominciando «una grande possibilità di evoluzione culturale e scientifica» e invece «è venuto fuori il goliardismo. Della contestazione politica non salvo niente, anche perché è sfociata nel terrorismo». Insomma, niente a che fare con la ribellione ingenua e poetica del protagonista di «Capelli lunghi», che inforca una moto (rubata) e scappa da tutto e tutti con la fidanzatina aggrappata dietro: «Michele è un poeta, una persona libera che non accetta imposizioni e che non vuole mettersi una divisa. All’epoca in molti ce l’avevano con i capelloni, a cominciare dai genitori, e noi cinematografari eravamo molto in sintonia col momento storico, se non in anticipo». Fra le suggestioni che gli hanno ispirato l’idea del film, anche una canzone dei Beatles, «She’s leaving home», come riporta puntualmente il soggetto: «Narrava del risveglio di una coppia di genitori che un mattino, alzandosi, non trovano più la loro unica figlia giovanissima, che è fuggita lasciando un messaggio sul tavolo di cucina. E i due vecchi restano soli nella povera casa. Bene, voglio sceneggiare quella canzone, presentare così la fuga di Esterina».
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