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lunedì 16 giugno 2008

La morte di Andrea Pazienza raccontata da Sergio Staino

Un’overdose di eroina si portò via Andrea Pazienza la notte del 15 giugno di vent’anni fa, nella casa di campagna di Montepulciano dove viveva con la moglie. APaz, come si firmava nei fumetti, aveva solo 32 anni e un talento micidiale sparso a piene mani fra le riviste migliori di quel decennio, da «Linus» al «Male», da «Cannibale» a «Frigidaire», per citarne alcune. Il giorno prima di morire era andato a cercare Sergio Staino nella redazione di «Tango», il supplemento satirico dell’«Unità» diretto dallo stesso Staino, con cui collaborava: «Era stato in Brasile con l’idea di staccarsi dalle maledette storie di pusher che lo assillavano – ricorda oggi Staino – Doveva stare via un mese e invece se ne andò via per tre mesi, così eravamo in pensiero per lui. Tornò da quel viaggio ed era pulito, sembrava un’altra persona. Un giorno mi venne a trovare a Roma, all’Unità, era disperato perché doveva trovare quattro milioni di lire per pagare le tasse arretrate, come mi raccontò piangendo. Non sapevo come aiutarlo, allora gli proposi un contratto per un libro sulle sue storie pubblicate su Tango: lo lasciai lì per andare a trattare la cosa con l’amministrazione del giornale e lui mi riempì la scrivania di disegni di Occhetto… Tornai con due milioni, non avrei mai immaginato che mi stava prendendo per il culo. Il giorno dopo mi chiamano per avvertirmi che era morto».
Paz aveva compiuto il suo ultimo giro di danza con l’amante più velenosa della sua vita, l’eroina, e ancora oggi il rammarico di Staino è enorme: «Noi abbiamo perso un gigante della storia dell’arte del Novecento, perché Andrea era uno sperimentatore, un inventore di immagini. Forse gli arretrati oltre che col fisco li aveva pure con gli spacciatori».
L’amicizia fra il fumettista pugliese e il creatore di Bobo nasce all’inizio degli anni Ottanta, alle serate del Club Tenco a Sanremo: «Con Andrea ci siamo trovati uniti da un’affinità di condizioni d’autore, dato che il fumetto e la musica all’epoca erano snobbati dalla cultura ufficiale. Questi del Tenco hanno invitato me, Andrea, Manara, Michele Serra, ci veniva anche Benigni. Paz veniva e disegnavamo, perché al Tenco c’era la giornata musicale e poi tutto il gruppo degli artisti si trovava al ristorante. Andrea innescò dall’inizio un rapporto privilegiato con Guccini: lo disegnava in forme enormi chiamandolo “Guccione” e lui si arrabbiava, tanto che una volta erano arrivati a prendersi per la collottola». Nel 1986 Tango va in edicola, e al direttore Staino viene subito naturale chiamare Paz nella sua squadra di disegnatori: «Facevo questo giornale satirico all’interno dell’”Unità”, che allora era l’organo del Pci, ma fin dall’inizio, siccome c’era il rischio di essere troppo tenero col mio partito, pensai ad alcuni autori lontani da noi, cioè Vincino, Andrea e Angese. Andrea veniva dal Settantasette bolognese e Vincino, ai tempi del “Male”, era stato allontanato dalla Camera da Nilde Iotti». Col direttore dell’Unità Emanuele Macaluso, Staino stringe un patto che riconosce piena libertà ai vignettisti: «Ho sempre difeso la libertà dei disegnatori, anche se qualche intervento dall’alto ci fu, ma non su Andrea e non per temi politici, c’era invece qualche limitazione per il sesso perché si andava su un giornale generalista».
Pazienza, che pure proveniva dalle esperienze di satira estrema del «Male», non ha difficoltà: «Non era a disagio, disegnava molto volentieri per Tango. Io sono arrivato tardi a fare satira, “Bobo” è dell’81, ed ero un grande ammiratore di questi del Male. La mia stima era tale che nessuno di loro ha avuto invidie o pregiudizi. In certi momenti Andrea mi guardava dall’alto in basso perché non fumavo (erba, ndr) e perché ero un compagno serio che riconduceva tutto a un’analisi politica: c’era in lui l’affettuosità di chi guarda un babbo o un fratello maggiore che non capisce certe cose. Ricordo gli spettacoli di Tango, nei teatri o alle feste dell’Unità: David Riondino cantava e Andrea, che era strepitoso e di una velocità inimmaginabile, disegnava col pennarello in diretta costruendo le immagini a partire dalle parole». Pazienza doveva avere un ruolo importante, anche se un po’ ingrato, anche nel film diretto da Staino nell’88, «Cavalli si nasce»: «Era la parte di un giovane pittore al servizio di un signore meridionale che si entusiasmava all’idea rivoluzionaria, una vicenda ambientata nel 1830. Alla prima repressione però il personaggio cedeva e denunciava gli altri, un traditore, ma solo per debolezza. Andrea mi serviva per dipingere queste madonne neoclassiche nel film. Erano i giorni in cui aveva cominciato a disegnare Astarte, una storia di un respiro meraviglioso in cui si era buttato a capofitto». Paz però quel copione ha solo il tempo di leggerlo, poi arriva la notte fatidica del 15 giugno. «Lui è l’artista che ha rappresentato meglio l’inquietudine degli Anni Settanta e Ottanta, col suo Pompeo, il suo Zanardi: i più grandi. Aveva anche il desiderio di fare un film da regista, e secondo me ci sarebbe arrivato».

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